La crisi economica che stiamo vivendo non è dovuta solamente ad un problema finanziario ma è dovuta soprattutto ai nuovi continenti emergenti.
Per anni l’occidente è stata la fabbrica del mondo, l’unico luogo in cui l’alta tecnologia veniva ideata, progettata, sviluppata e prodotta.
La potenza economica creatasi non è niente altro che il frutto di innovazione e sfruttamento.
Ebbene si, bisogna dirlo, se possiamo permetterci auto e case lussuose è perchè qualcun altro nel mondo è senza cibo e senza alcuna risorsa.
Africa e Cina sono paesi dove le risorse naturali non mancano ma le dittature presenti le hanno sempre sottratte alla popolazione locale per venderle all’occidente.
In un contesto altamente tecnologico ed altamente competitivo, le aziende nel corso degli hanno cercato di conquistarsi la loro fetta di mercato scansando i concorrenti in modo più o meno lecito. Una delle tecniche più utilizzate negli ultimi 30 anni dalle multinazionali è la delocalizzazione. In verità non è indispensabile per una multinazionale.
Ma per delocalizzare la produzione spesso serve avvicinare anche il comparto di ideazione e sviluppo del prodotto.
Ecco che in Cina, India, Thailandia sono nati non solo capannoni con migliaia di operai che lavorano per un pugno di riso ma anche uffici dove giovani ingegneri sviluppano progetti da milioni di dollari in cambio di una paga inferiore ad un operaio FIAT.
Ma quello che forse alcune multinazionali non hanno considerato è che se prendi i biscotti dalla dispensa il bambino imparerà dove sono e la prossima volta invece di chiederli se li prenderà da solo.
Uso questa metafora per far capire che questi paesi da noi sfruttati sono stanchi e stanno cercando di eliminare l’invasore diventando loro i primi produttori.
Molte imprese medie italiane hanno affidato parte dei loro progetti in ricerca e sviluppo ad aziende cinesi o indiane in cambio di una tutela dei loro prodotti all’estero. Un po’ come se un fascista prestasse il fucile ad un partigiano.
La recente acquisizione di Volvo da parte di una grande azienda cinese fa ben capire quale sia il destino del nostro occidente.
Arabi, Cinesi ed Indiani stanno assorbendo le nostre aziende prendendosi tutto il know how accumulato in anni di ricerca e tradizione. Noi non abbiamo i mezzi per reagire in quanto abbiamo una mente che progetta a breve termine (si pensa solo ai soldi) ed il nostro territorio non ha risorse materiali.
Ma questo che centra con internet?
Niente, e tutto.
Internet e l’adv sembrano immuni in quanto sono composti da fattori immateriali e non materiali. Dislocare la produzione di idee è antieconomico ed improduttivo in quanto i paesi emergenti non hanno uno sviluppo culturale diffuso come Italia o nel resto d’europa.
Tuttavia anche in Cina ci sono studenti, laureandi, ingegneri, economisti e sicuramente hanno più fame di noi.
Allora perchè in un prossimo futuro non potrebbero pensare a metter piede su internet?
In verità lo stanno già facendo. L’azienda che acquista pubblicità su uno dei miei siti fa parte di una holding indiana. Le aziende indiane hanno i migliori ingegneri informatici del mondo e la Cina conta puo’ contare su siti internet, a target completamente cinese, che fanno paura allo stesso google.
Per adesso molte aziende italiane ed europee si stanno avvicinando al web guardandolo come l’ultima spiaggia e quindi web agency e adv company sono piene di lavoro. I siti internet informativi macinano visite a destra e a manca senza risentire della concorrenza.
Io ritengo che entro 5 anni massimo vedremmo arrivare i primi grandi siti web cinesi ed indiani che cercheranno di assorbire parte del mercato italiano, allora si che inizierà la crisi anche per internet.
Una soluzione c’è. Non bisogna sedersi ed aspettare i soldi ma bisogna sviluppare e migliorare sempre di più i nostri prodotti, perchè l’esito di una guerra dipende soprattutto dalle armi che usano gli schieramenti.